Treviso, Arizona

3 ottobre 2006. Ore 17.30.
Lo speaker introduce uno per uno sul parquet tutti i giocatori. Presentazione classica, all’americana, grandi high-five e grandi sorrisi. Beh, in effetti è una partitella di allenamento, uno scrimmage 5-on-5, giusto per tenersi in forma. Ma c’è qualcosa di
diverso: qualche centinaio di persone è venuto appositamente per vedere una semplice partitella di allenamento che tanto semplice non è. Perchè siamo al Palaverde di Treviso. Perchè i presenti sono tutti abbonati alla Benetton, e fra il pubblico ci sono vip ed ex giocatori. Perchè molti sono militari americani di stanza nelle basi di Aviano e
Vicenza, appositamente invitati con famiglie e bambini. Perchè in panchina, anzi fra le panchine, seduto sul cubo del cambio, c’è Mike D’Antoni, che al momento della presentazione ha ricevuto una appassionata standing ovation dal pubblico di una città che sarà sempre un po’ sua. E perchè, sul parquet, pronti per la palla a due, ci sono i Phoenix Suns.

E io sono seduto a bordo campo in seconda fila.

Devo essere sincero. Non pensavo che la prima volta che avrei vistouna squadra NBA giocare sarebbe stato in Italia. Invece la potenza dello staff della Benetton ha colpito ancora, tanto da riuscire a convincere la NBA ad aprire una partitella di allenamento ad un pubblico ristretto, e consentire la visione di uno spettacolo stupendo. Perchè, allenamento o non allenamento, questi atleti sono poesia in movimento.

Dopo pochi secondi di partita abbiamo già visto 6 azioni, tutte uguali: metà campo in 3 secondi, passaggio, tiro, ciuf. Rimessa, metà campo in 3 secondi, passaggio all’uomo libero, tiro, ciuf. Rimessa, metà campo in 3 secondi, lob di Nash, tiro, ciuf. Tutto con una facilità ed una naturalezza ai limiti dell’innaturale (gioco di parole). Ad un tratto ho avuto la netta sensazione che il metro di giudizio che usiamo sia clamorosamente sbagliato. Noi parliamo di Jordan, di Magic, di Bird o di Lebron, e diciamo “è uno a cui il Signore ha consegnato la palla dicendogli di giocare”. Certo, è vero, ci sono quelli che si
distinguono dal livello degli altri, e li vedi anche in televisione. Anche Bargnani, quest’anno, lo vedevi subito che aveva qualcosa di diverso dagli altri, anche se giocava con 38 di febbre. Ma una volta che li vedi giocare dal vivo questi mostri dell’NBA capisci che è riduttivo parlare così solo delle superstelle, che sono tutti così, che tutti questi ragazzi hanno qualcosa in più, sono nati per giocare a pallacanestro.

Amare Stoudemire è grosso, non enorme, ma cazzo se è grande. E si muove sul parquet con una leggerezza che sembra che neanche faccia rumore. A vederlo così non mi pare che l’infortunio abbia lasciato grossi effetti, perchè corre bene, salta bene ed è bello leggero, non senti “tump”, l’unico suono che senti è il classico e quasi poetico stridìo della gomma delle scarpe sul parquet. Il suono della pallacanestro.

Nash… minchia se è piccolo confrontato con gli altri. Ma basta che passi metà campo e sgancia dei lob con la stessa naturalezza di movimento che abbiamo noi gettando le palline di carta nel cestino. Solo che le nostre palline di carta finiscono per terra, e ci tocca alzarci a raccoglierle, mentre i lob di Nash finiscono al millimetro nelle mani di un compagno che neanche stava guardando. In un’azione ha recuperato un rimbalzo nell’angolo, a non più di tre metri da me, ha fatto due palleggi verso il centro del campo e ha sparato un passaggio teso in diagonale che concidenza ha voluto fosse esattamente parallelo al mio angolo di visuale: una retta incredibilmente perfetta, ad altezza costante, come la punta della freccia di Robin Hood. E l’highlight è stato che il rookie Davin White glielo ha letto benissimo, e lo ha intercettato un secondo prima che finisse nelle manone di Diaw. Ovazione.

A proposito di Diaw. Visto da vicino ti rendi conto che ci sono tanti giocatori più grossi di lui. Oh, non vuol dire che lui sia sottile, ma non è uno dei più in carne. Ma l’atletismo che ha si vede anche dalle banalità, anche solo da come corre. Beh.. e anche da quanto salta.

Shawn Marion ha l’aria del gattone. Trottella, caracolla, tira, salta, corre, difende. Poi, all’improvviso, Nash alza una parabola verso il canestro e ti trovi a seguire la traiettoria del pallone come se la vedessi al rallentatore, fino a quando una mano alzata in cielo ad
un’altezza innaturale per noi umani lo raccoglie e lo schiaccia nella retina. E attaccato a quella mano c’è lui. E vien giù il palazzo. Poi intercetta il pallone a metà campo e si trova in campo aperto. E lo sappiamo tutti cosa sta per succedere. E tutti ci alziamo in piedi.

Quanto ci puoi impiegare ad alzarti in piedi? Non basta, tu ti stai ancora alzando in piedi, e lui sta già volando nell’aria e sta per attaccarsi al ferro, e mentre dondola noi ci spelliamo le mani, e ci guadiamo con il vicino di posto scambiandoci occhiate che dicono “mamma mia” e dicendoci le solite parole: questi sono proprio di un’altro pianeta.

Tre quarti da dieci minuti, tanto dura lo scrimmage, con le squadre che cambiano componenti dopo ogni quarto. D’Antoni non fa nulla, se ne sta seduto nel mezzo e lascia che siano Iavaroni e Gentry ad allenare le due squadre, e prende appunti. Durante il riscaldamento pre-gara gira fra i giocatori, scherza con loro e gli parla, ma sono sempre gli assistenti a dirigere le operazioni. E che operazioni. Stretching, giri di campo, esercizi senza palla e poi anche azioni di contropiede simulate senza avversari, roba che negli spalti qualcuno commenta “ecco, vedi, le provano loro queste cose, così si fa”.

Mike controlla tutto. Ogni cosa in questa trasferta europea ha il suo marchio: la mentalità nuova che sta portando nella NBA è quella di cercare di formare un gruppo come quelli che ci sono qui in Europa, con i giocatori che escono insieme e si vedono anche fuori dal campo, non come spesso succede di là dove tutti sono professionisti, fanno i professionisti e stop. Questo tour europeo per loro è un po’ come una gita scolastica, piena di novità per ragazzi che non erano nemmeno mai stati in Europa, quindi una grossa occasione di conoscenza, e poi vai sul sito dei Suns (a proposito, guardatevi l’intro in flash), vedi le foto di Marion, Jones e White che ridono in motoscafo a Venezia e allora capisci.

Finisce la partita, parte lo stretching a bordo campo sotto l’occhio vigile degli allenatori e dei preparatori, parte anche la distribuzione dei premi estratti, una cinquantina di magliette e polo, oltre alla possibilità di avere autografi personalizzati, e ovviamente non ho vinto un tubo. Però ho esaurito la scheda della macchina fotografica, e adesso troverò il sistema di farvi vedere le foto, o almeno quelle venute almeno decentemente, perchè alcune sono troppo mosse: cazzo, si muovono talmente veloci…

Amare sta firmando autografi sotto la curva nord: vado di là, mi avvicino fra i ragazzini e poi mi rendo conto che ho almeno il doppio degli anni di praticamente tutti quelli in coda con me per un autografo. Mi rincuoro col pensiero che io la NBA la seguivo quando tutti loro non erano ancora nati. Chissà perchè, vorrei che fosse qui Kicco, forse per piangerci sulle reciproche spalle. O forse perchè apprezzerebbe il fatto che in questa serata trevigiana, seduto in panchina, c’era anche una personcina che qualcosa per la pallacanestro ha fatto, e che questi ragazzini forse nemmeno sanno chi è: un arzillo
vecchietto di nome Bill Russell. Realizzo che, oltre ai miei vicini di coda, forse non era ancora nato nemmeno Amare.

Vabbè, lasciamogli il posto, in fondo non sono mai stato un cacciatore di autografi. Il mio bagno nel sogno l’ho fatto.

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